Ai Carmini



La Scoletta del Carmine in Padova

 

Sul sagrato della basilica del Carmine dopo la porta che immette nel chiostro si apre un'altra porta che dà accesso alla Scoletta, oggi cappella consacrata pertinente alla parrocchia del Carmine, nota soprattutto per essere luogo ambito per la celebrazione dei matrimoni, ma poco conosciuta per la sua funzione originaria e per i suoi tesori d'arte.
Il termine Scuola viene dal latino medioevale >schola nel significato di corporazione, compagnia. Le Scuole, dette anche Confraternite o Fraglie, erano pie istituzioni di laici, riuniti per fini devozionali e caritatevoli, poste sotto il patrocinio di un Santo o della Vergine, con proprio statuto (mariegola) che stabiliva le norme di comportamento morale e gli obblighi che i confratelli erano tenuti ad osservare: assistenza dei poveri, delle vedove, degli orfani, spese per il culto, mantenimento della sede o dell'altare, partecipazione alle cerimonie religiose e ai funerali.
Presenti in molte città dell'Italia centro-settentrionale fin dal XIII secolo ebbero particolare diffusione nel Quatttro e Cinquecento a Venezia dove si distinguevano in Grandi (Scuole di devozione) e Piccole (Scuole di arti e mestieri, ovvero corporazioni artigiane).
Il termine Scuola sta quindi ad indicare tanto la pia l'istituzione quanto la sede di riunione della confratenita.
Inizialmente le scuole avevano come riferimento un altare presso una chiesa, oppure possedevano, grazie a donazioni o risorse accantonate, una vera e propria sede, in genere costituita da un edificio a due piani suddiviso in due ambienti: oratorio e sala di riunione.
Le Scuole più importanti e più ricche potevano far erigere una sede di prestigio e decorarla con le opere dei più accreditati artisti. E' il caso a Venezia delle Scuole Grandi che possedevano ricchi patrimoni immobiliari, fonte spesso di conflitti, connessi a speculazioni finanziarie.
Le Scuole devozionali di Padova avevano dimensioni più modeste; infatti sono note come "Scolette", la Scoletta di S. Maria del Monte Carmelo era tra le più antiche della città, essendo stata istituita poco dopo l'insediamento a Padova dei Carmelitani, all'inizio del Trecento.
Nel Cinquecento le sedi delle Scuole padovane furono tutte decorate da cicli di affreschi all'interno: Scuola del Santo, della Carità, di S. Rocco, del Carmine, oratorio del Redentore, oratorio di S. Bovo.

La Confraternita di S.Maria del Monte Carmelo

Favorita dai Carmelitani , presto sorse in città una confraternita di laici devoti della Madonna del Monte Carmelo.
Dell'esistenza della Scuola si ha notizia da una lapide marmorea in forma di lunetta, rinvenuta murata sopra un'arcata a metà del lato meridionale del Chiostro, durante i lavori di demolizione del Chiostro Grande (1954).
Il testo in latino medievale riporta la data 1335 e attesta "questa è la cappella di congregazione della Fraglia dell' Intemerata Maria Vergine Gloriosa del Carmelo".
A quella data la pia istituzione aveva quindi una sede, non sappiamo però quale.
La prima sede di proprietà fu donata alla Congregazione nel 1367 dal nobile Guglielmo dal Sale che la fece costruire a proprie spese, come attesta un'altra iscrizione, murata attualmente sopra la porta che divide l'aula della Scoletta dalla sacrestia.
Questa costruzione era al piano superiore con portico sporgente sul sagrato e terminava in corrispondenza della parete nord del refettorio dei Carmelitani, sito al pianterreno.
Alla sala superiore - larga m. 8,60 - si accedeva mediante una scala indipendente la cui struttura fu ritrovata nel corso dei restauri per il rifacimento del chiostro del Capitolo (1982-86).
Nel 1487 fu costruita una sala del Capitolo più ampia sempre al primo piano, ma poco tempo dopo, nel 1492, avvenne la permuta di questa sala con il Refettorio dei Frati, sito al piano terra, l'attuale Scoletta.
A seguito infatti del crollo della chiesa e dei danni al convento (1491)i frati avevano necessità di costruire nuove celle e chiesero allora alla Confraternita di permutare i locali di loro proprietà al piano superiore con il refettorio del convento situato al piano terra.
La Fraglia veniva così in possesso di un ambiente con accesso direttamente dal sagrato della Chiesa, mediante una porta, oggi otturata e trasformata in finestra, ma ancora visibile nella muratura della facciata, prospiciente la piazza, tra la porta che dà accesso al chiostro del Capitolo e la odierna porta di ingresso alla Scoletta.
Tracce della struttura antica sono rivelate anche dal peduccio di una arcata, presumibilmente di quelle che sostenevano il porticato trecentesco.
Nella Chiesa del Carmine, sul parapetto della Cantoria destra dell'organo, il dipinto di G.B. Bissoni (1619) raffigurante La traslazione della immagine miracolosa della "Madonna di dietro Corte" rappresenta realisticamente la facciata della Chiesa con a lato il convento e gli edifici prospicienti il vecchio sagrato, utile raffronto con i documenti relativi all'antica Scoletta.
L'aula della Scoletta ha pianta rettangolare, il presbiterio è sopraelevato di due gradini e tripartito mediante colonne e archi, al centro del breve presbiterio vi è l'altare.


In origine l' altare era addossato alla parete di fondo, ma nel 1739 i Confratelli deliberarono la costruzione di un nuovo altare staccato dalla parete che confinava con il secchiaio del refettorio dei Frati, fatto questo poco decoroso, ma soprattutto causa di umidità.
A realizzare il nuovo altare fu chiamato un lapicida della contrada di S. Giacomo, Andrea Torreselle. Il vecchio altare era in marmo bianco di Carrara, il tabernacolo in rosso di Francia, marmi pregiati che furono riutilizzati nella nuova struttura di materiale meno nobile come il biancone di Bassano.Si conservarono anche due putti, il gradino porta candelabri e la cornice del bel dipinto su tavola raffigurante la Madonna col Bambino, opera cinquecentesca di incerta attribuzione, oggi posta in alto sull'altare.

Nel corso della prima metà del XVI secolo le pareti dell'aula della Confraternita furono affrescate con episodi della Vita di Maria da noti pittori padovani: Giulio Campagnola, Domenico Campagnola, Girolamo Tessari le cui caratteristiche stilistiche sono alquanto diverse, ma rispettano un programma unitario, probabilmente ideato dal pittore che iniziò la decorazione: Giulio Campagnola.
Qualche decennio dopo la conclusione di questa decorazione pittorica i Confratelli decisero di ricavare un atrio antistante l'aula vera e propria della Scoletta, perciò lo spazio interno fu suddiviso mediante una nuova parete divisoria. Ad affrescare questa nuova parete fu chiamato intorno alla metà del Cinquecento da Stefano dall'Arzere.
Questo atrio fu adibito a sacrestia quando l'accesso alla Scoletta fu trasferito sul lato Sud verso il sagrato, mediante due porte aperte nel 1688.
Dopo l'incendio del 1800 la chiesa del Carmine si presentava in condizioni precarie, stante la copertura provvisoria del tetto per cui dal 1810 al 1944 la Scoletta divenne Battistero, come ricorda la scritta Baptisterium sopra la prima porta, attuale accesso alla Scoletta.
Dalla vecchia parrocchiale di S. Giacomo venne qui trasferito il fonte battesimale, lo stesso che oggi si può vedere in basilica, sul lato sinistro del presbiterio.
Nel bombardamento sulla città di Padova del 24 marzo 1944 crollarono il tetto e il soffitto della Scoletta e anche la chiesa e i due chiostri riportarono ingenti danni.
Nel 1947 a proprie spese la parrocchia rifece il tetto e il soffitto della Scoletta puntellandolo mediante una vistosa armatura lignea ricoperta da stoffa damascata.
A partire dal 1982 si iniziò un più idoneo restauro che ha permesso anche una lettura storica dei vari interventi succedutisi nei secoli.
Oggi la Scoletta si può visitare liberamente nei giorni di martedì e giovedi (orario 10-18 ora legale, 10-16 ora solare) grazie ai volontari del Touring Club.






Gli affreschi

Il ciclo pittorico cinquecentesco nella Scoletta del Carmine è stato oggetto di un accurato restauro diretto dal Prof. Gian Luigi Colalucci tra il settembre 1986 e il gennaio 1987, a cura della Sovrintendenza per i beni Artistici e Storici del Veneto e oggi possiamo ammirare il felice esito di tale lavoro.
Presumibilmente l'aula era dipinta anche in epoca anteriore; infatti sotto l'affresco della Natività di Maria i restauratori hanno scoperto tracce di una preesistente decorazione, oggi perduta.
La decorazione fu eseguita da quattro pittori in un arco di tempo piuttosto ampio, almeno cinquant'anni, il tema sviluppato sulle pareti si svolge però secondo un programma unitario.
Le sedici scene sono inquadrate architettonicamente da colonne architravate dipinte, sovrastate da un ricco fregio ornamentale a motivi vegetali con fauni, cartigli e monocromi di soggetto antico.
Le analisi tecniche del fregio che inquadra le cinque scene della parete nord hanno messo in evidenza che questa decorazione fu eseguita per prima, ulteriore conferma del progetto unitario dell'insieme.
Negli affreschi sono esaltate le virtù di Maria, care al culto mariano proprio del Carmelitani:- umiltà, silenzio e preghiera. Fonte di ispirazione sono i Vangeli canonici e apocrifi gli stessi a cui si era ispirato due secoli prima Giotto nella cappella degli Scrovegni.
Il ciclo si articola così: Vita di Gioacchino e Anna (i genitori di Maria), Vita di Maria, Vita di Cristo

Lettura degli affreschi

La critica pur con qualche incertezza attribuisce gli affreschi della Scoletta ai seguenti pittori padovani: Giulio Campagnola, Domenico Campagnola, Girolamo Tessari detto dal Santo e Stefano dall'Arzere.
I dipinti più antichi sono i quattro riquadri della parete nord, opera di Giulio Campagnola, eseguiti tra il 1505 e il 1507.
La lettura del ciclo di affreschi inizia nell'abside, dietro l'altare, procedendo in senso antiorario.
Rispetto alla tradizionale rappresentazione degli episodi del ciclo mariano mancano gli episodi dell'Annunciazione e delle Nozze di Cana e vi sono delle varianti cronologiche nella successione delle scene.
Seguendo la narrazione, i primi due episodi del ciclo (eseguiti però verso il 1530) si trovano a sinistra, nella parte di abside contigua alla parete nord e sono attribuiti a Girolamo Tessari.
Essi hanno come protagonista Gioacchino, il padre di Maria.
Il primo dei due affreschi Gioacchino cacciato dal tempio è poco leggibile a causa dello spostamento del precedente altare che era addossato alla parete e soprattutto per l'umidità che ne ha rovinato le figure oggi quasi scomparse.
Nel secondo Apparizione dell'angelo a Gioacchino tra i pastori si riscontra da parte dell'autore (Girolamo Tessari) un nuovo un interesse per la spazialità sottolineata dall' importanza del paesaggio.
Il terzo riquadro Incontro alla Porta aurea rappresenta l'incontro tra Gioacchino e la sua sposa Anna che gli annuncia la prossima maternità. A lungo attribuito a Tiziano l'affresco è stato correttamente ricondotto al giovane Domenico Campagnola, suo allievo. La morbidezza dei colori, alcune tipologie femminili e l'ampio paesaggio retrostante la composizione richiamano i Miracoli di S. Antonio che Tiziano dipinse per l'omonima Scuola padovana (1511).
L'affresco è databile al 1520.

Di chiara ispirazione tizianesca è anche l'altra opera di Domenico Adorazione dei pastori, affrescata sul tratto di parete oggi facente parte della sacrestia, ma contiguo allo Sposalizio prima della suddivisione dell'aula in due ambienti. I due riquadri affrescati da Domenico Campagnola si distribuivano così simmetricamente ai lati delle quattro scene di Giulio.
I successivi quattro episodi riferibili a Giulio Campagnola sono il nucleo di partenza del ciclo mariano, dipinti tra il 1505 e il 1507, in uno stile che ricorda soprattutto Mantegna e Carpaccio, ma dimostra anche la conoscenza della scuola ferrarese.
Le quattro scene sono inquadrate architettonicamente da colonne che reggono un' architrave sopra la quale si svolge il fregio decorato.
Lo spazio di ogni scena si apre su un paesaggio di fondo.
Nascita di Maria Anna è seduta sul letto a baldacchino posto al centro della stanza, mentre ai piedi della predella le ancelle lavano la neonata. Una porta sulla sinistra si apre sul paesaggio di fondo, mentre a destra una finta porta e un alto camino riequilibrano la composizione.
Presentazione di Maria al Tempio rappresenta i genitori che accompagnano Maria bambina al tempio dove riceverà l'educazione. Anche qui due quinte architettoniche scandiscono il percorso dei personaggi dalla prospettiva di abitazioni sulla destra al tempio sulla sinistra.
Educazione di Maria nel tempio mette in evidenza i due momenti dell'educazione della Vergine in servizio al Tempio: a destra sotto una loggia un gruppo di giovani educano Maria ai lavori donneschi, mentre dalla parte opposta altre fanciulle accompagnano Maria alla preghiera presso l'altare.
Benché non esistano documenti in merito, la presenza degli stemmi delle famiglie Grompi e Cumani ai lati della scena della Educazione di Maria ha fatto supporre al Selvatico (1869) che la decorazione avesse avuto inizio grazie alla committenza delle due famiglie in occasione delle nozze di Mario Grompi con Giulia Cumani, ipotesi accolta anche dagli storici successivi. In una recente tesi di laurea sugli affreschi della Scoletta del Carmine (a.a. 2009/2010) la dott.ssa Turra Emanuela ha consultato una serie di testi relativi alle famiglie nobili padovane appurando che i due stemmi appartengono entrambi alla famiglia Grompi (o Grompo). Pertanto la possibile committenza è relativa alla sola famiglia Grompi (o Grompo) e i personaggi nerovestiti che compaiono in questo e negli affreschi adiacenti potrebbero essere membri di questa stessa famiglia nonché confratelli della fraglia.
Sposalizio di Maria sono qui rappresentate le nozze di Maria con Giuseppe, secondo la tradizione apocrifa: quando Maria ebbe dodici anni il sommo sacerdote per ispirazione divina convocò i pretendenti, ciascuno con una verga in mano. Lo sposo prescelto sarebbe stato individuato dalla fioritura della propria verga. Così avvenne per Giuseppe, il più anziano dei convenuti.

Giulio Campagnola, seguendo una tradizione pittorica molto diffusa, rende omaggio ai suoi maestri e sodali rappresentando nei personaggi dei pretendenti una sorta di ritratto di gruppo.
A destra appare Copernico, testimone degli interessi scientifici di Giulio e della sua cerchia, ma pittore egli stesso, identificato dalla C rovesciata della fibbia della cintura, ai piedi della scalinata Carpaccio, raffigurato come il giovane pretendente che spezza la verga, a sinistra Durer, identificato sia nel confronto con l'autoritratto, sia per la presenza del paesaggio soprastante che richiama l'acquerello di Durer raffigurante la Veduta di Arco, quindi Giovanni Bellini e l'anziano Mantegna che sarebbe morto pochi mesi dopo.Il giovane biondo con il mantello rosso bordato di bianco è l'autoritratto di Giulio.
Secondo una tradizione, la madre sarebbe stata una ebrea tedesca, egli quindi si raffigura con un medaglione arancio bordato di giallo, identificativo degli Ebrei, ma visibile solo a metà, in quanto Giulio era solo mezzo ebreo, essendo il padre cristiano.
Proseguendo la lettura degli affreschi nel senso della narrazione evangelica osserviamo la controfacciata che accoglie gli episodi della Vita di Gesù, opere di Stefano dall'Arzere eseguite intorno alla metà del Cinquecento, quindi più tarde rispetto agli altri affreschi .
Come già detto in precedenza, per le esigenze della Confraternita alla metà del secolo fu innalzata una nuova parete di fondo, per ricavare un atrio di accesso alla Scoletta, a decorare il nuovo spazio fu chiamato il pittore Stefano dall'Arzere.
L'artista orchestra un'unica scena scandita in tre parti da colonne: Natività, Adorazione dei Magi Presentazione di Gesù al tempio.


Siamo alla metà del secolo, il gusto manierista si è diffuso anche in Veneto e l'artista Stefano ne rimane influenzato, staccandosi dalla tradizione postmantegnesca perdurante a Padova.
Le figure si fanno monumentali, magniloquenti, l'impianto spaziale si amplia per celebrare degnamente il culmine del progetto divino riguardo a Maria: l'incarnazione del Figlio di Dio in Lei e l'omaggio degli umili (i pastori) e dei potenti, (i Magi) al Divino Bambino.
Interessante la presenza di due confratelli, probabilmente i donatori, a lato della Natività.
Dal punto di vista compositivo si osserva l'abilità con la quale il pittore inserisce nella scena le aperture reali (porte e finestre) e quelle dipinte.
Al centro sopra la porta di accesso alla sacrestia è inserita l'iscrizione che documenta la donazione di Girolamo dal Sale alla Fraglia (1367).

La parete meridionale fu completata da Girolamo Tessari dopo 1526 continuando le storie della Vita di Gesù caratterizzate dalla forte espressività nei volti dei personaggi.
Fuga in Egitto il pittore si ispira all'artista tedesco Albrecht Durer: dalle incisioni dureriane sono ripresi puntualmente la quinta di alberi e il volto di Giuseppe ruotato verso Maria, così come il bue in secondo piano.
La famiglia di Gesù a Nazareth la Sacra Famiglia è colta nella vita quotidiana del lavoro, l'artista costruisce l'interno per linee diagonali, ma a sinistra sfonda la parete mostrando un paesaggio di acque e rovine.
Gesù tra i dottori nel tempio la scena si svolge all'interno di un tempio: al centro la figura di Gesù dodicenne, circondato dai Dottori della legge intenti ad ascoltarlo. I volti dei personaggi hanno un'espressività caricaturale, le linee sono tese
Pentecoste al centro sta la figura di Maria circondata dagli Apostoli in atteggiamento di preghiera, mentre dall'alto la luce dello Spirito Santo si effonde su ciascuno dei personaggi.
Anche qui il pittore riesce ad ampliare la scena aprendo in alto la parete del Cenacolo oltre la quale lo sguardo spazia su un paesaggio lontano.
Dormitio Virginis al capezzale della Vergine si ritrovano gli Apostoli in atteggiamento di composto dolore. Le linee si fanno più morbide, anche qui uno scorcio aperto sul paesaggio sottoliea l'interesse del pittore per i valori luministici.

Ai lati della finestra e in alto sopra di essa: Virtù teologali Fede a sinistra, Speranza a destra, Carità in alto, rappresentata da due Angeli reggenti il volto di Cristo.
Assunzione di Maria la Vergine è elevata al cielo in un tripudio di angeli, mentre gli Apostoli guardano verso l'alto intorno al sepolcro ormai vuoto.
Come nella Dormitio Virginis i volti sono morbidamente chiaroscurati mostrando l'influsso della pittura di Tiziano, Romanino e Pordenone.

Nella sacrestia restano parziali brani della decorazione precedentemente eseguita da Girolamo Tessari (Presentazione di Gesù al tempio) e Domenico Campagnola (Adorazione dei pastori).
Scena di caccia e tracce di una precedente decorazione parietale.






Gli autori

Giulio Campagnola

Giulio Campagnola nacque a Padova tra il 1480 e il 1482.
Proveniva da un ambiente colto - il padre era il letterato e pittore Gerolamo, citato come allievo dello Squarcione - e quindi Giulio fin da giovanissimo fu bene introdotto negli ambienti culturali veneziani e padovani. Avviato alla carriera ecclesiastica, ottenne dopo la prima tonsura nel 1508 il beneficio di una parte della parrocchia padovana di S. Giacomo nei pressi di ponte Molino.
In seguito però non si fa più menzione di ulteriori passi verso il sacerdozio.
Due documenti (1507 e 1515) lo indicano presente a Venezia, perciò fu partecipe di quella stagione di grandissima fioritura della pittura veneziana, i cui più accreditati rappresentanti erano allora l'anziano maestro Giovanni Bellini e i giovani emergenti Giorgione e Tiziano.
Recenti ipotesi critiche hanno messo in luce la consonanza artistica e anche personale di Giulio Campagnola con Giorgione, entrambi legati alla cultura ermetica neoplatonica dei circoli esoterici padovani e veneziani. Secono U. Soragni, forse fu lo stesso Giorgione l'ispiratore del ciclo mariano nella Scoletta del Carmine a Padova.
Lo stretto sodalizio tra Giulio e Giorgione è stato indagato nella mostra "Giorgione a Padova" presso i Musei Civici agli Eremitani (2010); al catalogo della mostra si rimanda per gli approfondimenti.
La carriera di Giulio Campagnola come incisore e disegnatore ha molti punti di contatto con quella di Giorgione, ma egli era anche famoso come pittore, musico, poeta, conoscitore del latino, del greco e dell'ebraico fin da giovanissimo, tanto da essere considerato un fanciullo prodigio.
Grande importanza ebbe anche come miniatore, in particolare del codice Petrarca Queriniano, eseguito intorno al 1495/96 (Brescia, Biblioteca Civica Queriniana).
Mentre il corpus delle incisioni presenta caratteristiche stilistiche ben definite, derivando lo stile dall'artista tedesco Albrecht Durer, i dipinti a lui attribiti sono stilisticamente più eterogenei.
Gli affreschi di Giulio nella Scuola del Carmine si collocano tra il 1505 e il 1507, forse commissionati da Bartolomeo Campagnola, abate del Convento carmelitano.
Accanto all'artista - secondo Fiocco - operarono aiuti tra i quali Antonio Requesta,detto il Corona.
Giulio morì a Padova tra il 1515 e il 1517.

Domenico Campagnola

Secondo un documento notarile Domenico Campagnola nacque nel 1500, questa data però è messa in dubbio da E. Saccomani proprio in relazione agli affreschi della Scoletta del Carmine.
Fu adottato dal pittore Giulio Campagnola di cui in seguito assunse il cognome e da lui introdotto a Venezia nella cerchia di Tiziano. Visse gli anni giovanili a Venezia e per questo è anche citato come Domenico da Venezia.
Nei numerosissimi disegni e incisioni che produsse all'inizio della sua carriera risulta evidente che i suoi maestri furono dapprima il padre adottivo Giulio e in seguito Tiziano, con il quale è stato spesso confuso, mutuandone disinvoltamente i modi. Più tardi optò per il manierismo dei bresciani Moretto e Romanino, del Salviati e del Porta, così da raggiungere esiti stilistici alquanto discordanti e ripetitivi, specie verso la fine della attività.
Approdato a Padova nel 1528, Domenico si stabilì nella contrada di Ponte Molino, in via S. Fermo.
Come maestro autonomo avviò una florida bottega abbandonando l'incisione praticata con esiti eccellenti dal padre adottivo per dedicarsi alla pittura ottenendo importanti incarichi presso committenti sia pubblici che religiosi.
Intorno alla metà del secolo Domenico godeva di un grande fama personale da parte della più scelta committenza padovana, anche grazie al nome famoso del padre adottivo.
Tra i molti dipinti padovani possiamo citare le tele nella sala dei Nodari in Municipio, destinati in origine alla Cappella del Palazzo podestarile e in S.Giustina, rispettivamente una Madonna con Bambino e Santi e Il podestà Marino Cavalli presentato da S. Marco ai Santi protettori di Padova.
Altre opere si trovano nella Scuola di S.Rocco, nell'Oratorio del Redentore e in quello di S.Bovo .
L'opera di maggior prestigio fu senz'altro la decorazione della Sala dei Giganti insieme a Gualtieri, Girolamo Tessari e Stefano dall'Arzere.
Gli affreschi della Scoletta sono databili intorno al 1520, anche se non tutti gli studiosi concordano su questa data.
In ogni caso ne L'incontro di Gioacchino con Anna alla porta aurea è evidente che Domenico ha tenuto presente la lezione di Tiziano nella Scuola del Santo, sia per quanto riguarda l'impaginazione spaziale e i personaggi che per la tecnica pittorica.
Domenico morì a Padova il 10 dicembre 1564.

Girolamo Tessari dal Santo

Girolamo Tessari nacque a Padova tra il 1485 e il 1490, figlio del pittore Battista.
Poiché abitava nella contrada della basilica antoniana fu anche noto come Girolamo dal Santo.
Benché sia considerato il caposcuola della pittura padovana del Cinquecento, pochissime sono le notizie su questo pittore che lavorò sempre nella sua città.
Partecipò alle più importanti imprese pittoriche padovane della prima metà del XVI secolo: lavorò alla Scuola del Santo, alla Scuola di S. Rocco, alla Scuola del Redentore e nella Chiesa di S. Francesco dove lasciò un importante ciclo di affreschi, eseguiti tra il 1524 e il 1527.
Gli affreschi della Scoletta del Carmine con gli episodi della Vita di Cristo sulla parete sud furono eseguiti sicuramente dopo il ciclo di affreschi in S. Francesco. In essi Girolamo dimostra una evoluzione del proprio linguaggio che ora è più attento ai valori luministici e del paesaggio, ripresi anche da schemi dureriani, a lui noti attraverso le stampe. Gli ultimi due episodi a lui attribuiti - Gioacchino cacciato dal tempio e Gioacchino tra i pastori - alla sinistra dell'altare - sono databili un po' più tardi, verso 1530.
Girolamo Tessari morì in Padova, povero e infermo, verso il 1561.

Stefano dall'Arzere

Secondo alcuni studiosi le sue origini erano tedesche o fiamminghe.
Il Moschetti invece ipotizzava che fosse originario di Merlara, nel padovano, dove sarebbe nato intorno al 1515 e dove la famiglia aveva delle proprietà fondiarie. Sappiamo infatti che il pittore aveva dei beni a Merlara. Questo darebbe ragione del cognome, essendo il paese situato presso un "nuovo e vecchio argine".
Il Michiel lo diceva scolaro di Tiziano.
Gli esordi padovani avvennero a fianco di Girolamo Tessari e Domenico Campagnola nel ciclo dell'Oratorio del Redentore dove l'artista dimostra di avere ben assimilato il linguaggio tizianesco.
Poco oltre il 1540 fu impegnato nella prestigiosa impresa della Sala dei Giganti insieme a Gualtieri forse suo parente e a Domenico Campagnola.
Dalla metà del secolo l'artista fu impegnato in numerose imprese: nella Basilica del Santo, negli Oratori di S. Rocco,di S. Bovo, di S. Barbara e nella chiesa degli Eremitani.
Nella Scoletta del Carmine, intorno al 1550 dipinse la nuova parete di fondo dopo che l'aula era stata suddivisa per ricavare un atrio di accesso alla sala.
I soggetti replicano quelli in precedenza dipinti da Domenico Campagnola e Girolamo Tessari: Adorazione dei pastori, Adorazione dei Magi, Presentazione al tempio, dipinti in un'unica scena tripartita.
In questi affreschi lo stile magniloquente di grande effetto denota la declinazione ormai manierista della pittura di Stefano nel tardo periodo.
Stefano morì probabilmente a Padova dopo il 1575.

testi a cura di Alida Litardi
- riproduzione riservata -

immagini e grafica di Eugenio Trovò
- riproduzione riservata -

BIBLIOGRAFIA

C. GASPAROTTO, "S. Maria del Carmine di Padova", Padova, 1955
"Dopo Mantegna Arte a Padova e nel Territorio nei secoli XV e XVI", Catalogo della Mostra, Milano, 1976
V. SGARBI, "Carpaccio", Bologna, 1979
U. RUGGERI, "Durer", Bologna, 1979
"Il Pordenone" a cura di C. Furlan, Milano, 1984
"Gli affreschi della Scoletta del Carmine", Padova, 1988
"Giorgione", Catalogo della Mostra, Milano, 2009
"Giorgione a Padova - L'enigma del carro", Catalogo della Mostra, Milano,2010

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